05/05/2013

E lee la va in filanda

Le filandére di Cernusco raccontate nel libro di Serena Perego, E lee la va in Filanda, edito dal Comune di Cernusco per la collana “Quaderni Cernuschesi” (n. 2/2013)

Donne, ragazze, bambine. Erano le filandére, operaie nell’industria della seta, produzione florida a Cernusco per tutto l’Ottocento e attiva fino alla prima metà del Novecento, di cui rimane traccia architettonica nella Filanda Gavazzi, oggi restituita a nuova vita.

La memoria del lavoro che le operaie vi svolgevano in condizioni durissime è stata affidata ad una giovane studiosa di storia locale, Serena Perego, grazie all’iniziativa del Gruppo Udi – donne di oggi e di Rita Zecchini, assessora alle culture. E lee la va in Filanda. Donne e bambine al lavoro nei setifici cernuschesi fra ‘800 e ‘900 è un piccolo gioiello. Il libro è stato presentato l’8 marzo 2013 presso la biblioteca pubblica (video).

In forma sintetica ma precisa, l’autrice ricostruisce la storia della produzione e della lavorazione della seta in Lombardia e a Cernusco, i processi di lavorazione, le condizioni di lavoro delle operaie, fino alle canzoni con cui accompagnavano il lavoro e che lo rendevano meno pesante.

Veniamo così a scoprire che a Cernusco la coltura del gelso era florida già nel Settecento.

All’origine della seta, ricordiamolo, c’è un tipo particolare di baco che si nutre di foglie di gelso. La raccolta dei bozzoli dentro cui i bachi da seta si avvolgevano per trasformarsi in crisalidi costituiva una parte importante del reddito di molte famiglie contadine, che al momento giusto “accudivano” i bozzoli nelle proprie case.

Le famiglie contadine allevavano i bozzoli e fornivano poi la forza lavoro per l’industriale. L’autrice si sofferma sulle vicende della Filanda Gavazzi e in particolare sulla figura di Pietro Gavazzi, che seppe rinnovare e ingrandire la produzione anche grazie alla continua innovazione tecnica con cui traghettò l’impresa fuori dai periodi di crisi.

In tutte le filande, compresa la Gavazzi, la manodopera era costituita da donne.

Si assumevano le donne perché il loro lavoro pagato era pagato meno di quello degli uomini (quai la metà!) con la scusa che si trattava di lavoro non specializzato – la maggioranza delle mansioni in filanda era considerata tale benché richiedesse, in pratica, molta abilità e concentrazione.

Le donne venivano inoltre ritenute “mansuete e meno rivendicative“. Questo non impedì loro di scioperare, come accadde nel 1901 perché lo sfruttamento aveva raggiunto livelli insopportabili con la prassi di punire le operaie per scarsa qualità dei bozzoli. Purtroppo le operaie cernuschesi non furono mai organizzate come le milanesi e per questo ottennero ben poco. Nel 1901 ricevettero una punizione durissima e dovettero piegare la testa.

Eppure le ragioni per scioperare non mancavano:

Le filatrici, e soprattutto le scopinatrici, dovevano tenere la mani nude costantemente immerse nell’acqua, riscaldata a 50-60 gradi nelle bacinelle e addirittura a 80 gradi circa in quelle di maturazione, in modo che le incrostazioni potessero staccarsi più facilmente senza rovinare il filo di seta; ciò provocava innanzitutto l’escoriazione delle mani, che venivano letteralmente lessate, diventavano giallastre e si riempivano di vesciche (il cosiddetto mal della filandra). L’acqua calda, evaporando, determinava inoltre il surriscaldamento dell’ambiente di lavoro, che si accompagnava all’odore nauseabondo dei bozzoli in macerazione.

Ricordo di avere più volte pianto a causa di queste dure condizioni di lavoro.

dice Maria Sala, la cui testimonianza è riportata nel libro insieme a quelal di Lucia Moioli e Assunta Perego. Tutte e tre lavorarono alla Gavazzi negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso.

L’umidità prodotta dalle caldaie di acqua bollente era causa delle frequenti scivolate sul pavimento bagnato e delle malattie polmonari e reumatiche. Tutto ciò per una lira e mezza al giorno (un chilo di pane costava un terzo della paga giornaliera), il salario della filandéra ai primi del Novecento.

Eppure le operaie cantavano: prima, durante e dopo la fabbrica. Attraverso il riferimento alle canzoni Serena Perego ci parla anche dei loro amori e della loro voglia di vivere.

E.C.

 

 

 

 

 

 

1 Comment

  1. karin camellini

    25/06/2013 at 17:19 — Rispondi

    gentilissime, ho letto con molto interesse quanto qui riassunto poiché da qualche tempo conduco ricerche proprio sulla seta e la sua presenza nella mia città Tortona (AL) ove esisteva il setificio Sironi, di cui però nessuno conosce nulla.
    La curiosità sul mondo della seta è del tutto personale ma con il materiale raccolto ho coinvolto il pubblico della ns. sede Uni3 in un bellissimo viaggio nella storia, ho infatti preparato due conferenze, del tutto gratuite, la prima sulla ricerca del seme in Giappone e la seconda sull’allevamento del baco. Con la terza conferenza in programma in autunno, parlerò proprio della filanda e cercherò di ricreare l’atmosfera della dura vita condotta dalle donne e dalle bambine e per questo sono andata anche alla ricerca dei canti delle filere. Immaginate quindi il mio interesse nel leggere di questo bellissimo lavoro condotto da Serena Perego. Pensate sia possibile farmi avere una copia di questo quaderno dal quale potrei rispettando naturalmente i diritti dell’autrice, leggere qualche passo ? Ci tengo a sottolineare che io non traggo alcun profitto da questi miei lavori.
    Vi ringrazio per un gentile riscontro
    cordiali saluti
    (Dott.ssa) Karin Camellini
    Cascina Ottavia
    Strada Bettole
    15057 Rivalta Scrivia fraz. di Tortona AL
    Email: winnyk@libero.it
    cell. 3385892410

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *