03/04/2017

Questa casa non è una azienda. La recensione dello spettacolo per la Giornata internazionale della Donna scritto da Donnedioggi

Anche Cernusco sul Naviglio ha festeggiato la “Giornata internazionale della Donna”. In particolare la sera dell’8 marzo è andato in scena lo spettacolo “Questa casa non è un’azienda”, organizzato dal gruppo Udi, Donnedioggi- – Cernusco sul naviglio e Martesana (MI). Riproponiamo una recensione dello spettacolo scritta da Rosaura Galbiati, componente di Udi.

C’è un teatro che può allargare la mente e contrastare la banalità di uno sguardo di superficie, un teatro che può far riflettere, discutere, invitare a reagire e anche a combattere. Con questo intento il gruppo Udi Donne di Oggi Cernusco e Martesana, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, ha proposto lo spettacolo “Questa casa non è un’azienda” di Luna e L’altra Teatro. Un titolo appropriato per parlare in modo semplice di temi complessi quali lavoro di cura, crisi ed economia della riproduzione.

Lo spettacolo analizza con intelligente ironia i problemi che investono la vita e il ruolo sociale della donna, perno dell’economia domestica. Le quattro attrici interpretano diversi personaggi: l’attempata farmacista Andreina, l’immigrata Jasna, la manager Sofia, madre in difficoltà, la colf Gina, la vitale vecchietta Iole e l’operaio Mario, unica figura maschile che esprime le sue personalissime teorie economiche. Il nodo comune alle esistenze diverse si coglie nel contrasto ideologico o “di classe” tra le protagoniste, ma al centro c’è la crisi, quella economica globale e le crisi personali con i differenti tentativi di rimanere a galla.

Tutti i protagonisti si interrogano sulla situazione, parlano della casa e intanto indagano il rapporto tra donna ed economia portando allo scoperto stereotipi, falsità che diventano realtà e rivelando verità nascoste sulla cosiddetta “economia della riproduzione” che riguarda valori d’uso e servizi ma non produce merci, che grava quasi interamente su spalle femminili. Si capisce come i due aspetti della vita delle donne, quello produttivo e quello riproduttivo, si intersecano continuamente, si intravede come le condizioni di uomini e donne non siano il prodotto di un destino biologico, ma soprattutto costruzioni culturali e sociali dove i rapporti si esprimono attraverso la divisione del lavoro tra i sessi e tra le classi.

Si mettono in scena infatti anche le relazioni sociali dove i rapporti sono diseguali, gerarchici e fitti di contraddizioni. Trova la giusta espressione il “lavoro emotivo” di colf e baby-sitter, immigrate che si occupano di bambini e case non loro, all’interno di una catena che le vede lasciarsi alle spalle ed affidare ad altri le proprie famiglie, con i conseguenti fenomeni di alienazione. Si coglie la tendenza del nostro sistema a trasformare in merce e in oggetto di consumi i corpi e la vita nei suoi legami più intimi, con la creazione di nuove ingiustizie e contraddizioni su scala globale.

Si intuiscono meccanismi nascosti dell’economia moderna come il taglio delle spese del welfare, il ricorso a forze lavoro a basso costo proveniente da paesi più poveri e lo sfruttamento del lavoro femminile invisibile all’interno delle pareti domestiche. I personaggi sono ritagliati in modo creativo e realistico insieme, si esprimono in una quotidianità che sa mostrare la marginalità esistenziale e sociale, la solitudine, le fughe lungo l’abitudine in una estenuante ritualità. Si alternano al centro della scena con i loro monologhi, vivono nelle stesso luogo ma sembrano conoscersi appena e pur avendo qualcosa in comune non si riconoscono.

I racconti sono accompagnati da strumenti musicali improvvisati ma da sonorità ricercate; voci e suoni descrivano un universo femminile che fa sorridere e commuovere, che irrita, inquieta e smarrisce, ma offre anche un antidoto alla rassegnazione. Emergono spezzoni di vita e attraverso le emozioni, i disagi, i ricordi piccoli e le battute di spirito, l’ironia trova sempre una via per esprimersi nonostante il tema sia tutt’altro che leggero. Le attrici hanno un tocco personale che rende interiori i movimenti, i suoni e gli sguardi, hanno talento. Si sono occupate di tutto: testo, regia, musiche, recitazione. E’ evidente che dietro lo spettacolo c’è un solido lavoro corale, un impegno personale profondo che risale al 2013.

Hanno incominciato da “Se dico casa…”, uno splendido monologo poetico di Rosangela Pesenti, che conclude lo spettacolo e che ora è diventato un prezioso libretto. E della casa, tema ispiratore e filo conduttore dello spettacolo, l’autrice scrive: “….Riparo materiale e simbolico, deposito di memorie e sperimentazioni, luogo di abitudini e mutamenti, nella casa si svolge la vita quotidiana e si intrecciano le relazioni a tutte le età. Le case sono le pagine su cui scriviamo le nostre storie più intime, testimoni mute che assorbono ed esprimono pensieri e sentimenti di chi le abita”. Tutto vero, come credo rimanga vera, purtroppo, la definizione che Anna Harendt aveva dato della casa come “luogo privato della più rigida disuguaglianza” opposto allo spazio pubblico, centro della libertà e del potere.

Rosaura Galbiati UDI Donnedioggi – Cernusco sul naviglio e Martesana (MI)

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