Tra i lavori e le riflessioni emerse nel gruppo Spazio a Me di Spazio Donna, una ha preso forma a partire dal libro “Ma dove sono le parole?”, una raccolta di poesie scritte dai bambini delle periferie multietniche di Milano, nate dai seminari che Chandra Candiani conduce da oltre vent’anni.
Le parole dei bambini hanno una qualità particolare: sono essenziali, dirette, prive di costruzioni complesse. Non cercano di essere corrette o efficaci, non vogliono convincere. Raccontano ciò che viene sentito, così com’è.
La lettura ad alta voce di alcune poesie ha aperto uno spazio di lentezza. Le immagini sono semplici, ma capaci di toccare qualcosa di profondo: parlano di felicità, di luce, di paura, di amore, di famiglia, di solitudine.
Da questa esperienza è nata una domanda condivisa: “che cosa conta davvero?”.
A partire da questa domanda è stato proposto di fermarsi e mettere per iscritto ciò che per ciascuna ha valore, lasciando emergere parole, immagini o brevi pensieri. Non un elenco razionale di priorità, non una riflessione teorica, ma una breve poesia o un frammento nato dall’ascolto.
Per poter scrivere è stato necessario fermarsi, spostare l’attenzione dal fare al sentire, concedersi uno spazio di presenza. Quando il ritmo rallenta, emergono parole cariche di valore.
Sono comparsi il calore della famiglia, il rispetto, la luce, la pace nel cuore, il camminare insieme, la possibilità di crescere, l’essere presenti. Parole semplici, ma radicate in bisogni fondamentali.
Eppure, osservando con onestà la propria quotidianità, non sempre ciò che viene nominato come importante coincide con ciò a cui viene dedicato tempo reale. Si dice che conta la serenità, ma il corpo resta in tensione. Si dice che conta la relazione, ma lo spazio condiviso è ridotto. Si dice che conta la presenza, ma l’attenzione è spesso altrove. Questo scarto, spesso silenzioso, può diventare fonte di fatica. Il lavoro fatto nel gruppo ha permesso di riconoscerlo senza giudizio.
Scrivere “quello che conta” non è stato solo un esercizio creativo, ma un atto di consapevolezza. Mettere per iscritto ciò che è essenziale aiuta a orientarsi, a vedere con maggiore chiarezza dove si sta andando e quali scelte quotidiane sostengono davvero ciò che si sente importante.
Dal punto di vista corporeo, questo processo ha un impatto concreto: quando si nomina ciò che conta, il respiro si fa più ampio, la postura si distende, l’esperienza diventa più centrata. Il corpo riconosce la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si vive. E quando questa coerenza manca, lo segnala attraverso tensioni, affaticamento, inquietudine.
Forse “quello che conta” non è qualcosa da cercare lontano. Spesso è già presente, ma resta sullo sfondo, coperto dalle urgenze e dalle aspettative. Riconoscerlo è il primo passo. Il secondo è chiedersi con sincerità: si sta vivendo in modo coerente con ciò che è importante?
Non è necessario rivoluzionare tutto. A volte basta un piccolo spostamento: più tempo di qualità, più ascolto, più presenza, meno automatismi.
La domanda rimane aperta: che cosa conta davvero, oggi? E quanto spazio gli si sta dando nella propria vita?
Articolo a cura di dottoressa Sirtori Noemi, psicoterapeuta presso Spazio Donna